Cosa affascina della birra artigianale?

Premetto che la birra mi ha da sempre affascinato per la sua storia e il suo ruolo sociale. Si dice sia nata per caso da una zuppa di pane lasciata fuori dalla finestra e il fortunato scopritore acclamato perché questa riusciva ad unire tutti e far rappacificare e diminuire i diverbi e gli screzi. Questa storiella per quanto può essere simpatica e affascinante rimane una leggenda, anche perché è difficile riuscire a trovare dei fondamenti nella storia di una scoperta avvenuta più di 7000 anni fa.

Comunque sia la birra ha una storia millenaria e si è sempre trasformata e evoluta nelle diverse culture con cui è entrata in contatto. Veniva consumata nei rituali religiosi dai sumeri, egiziani, normanni poi nei monasteri del nord europa, parallelamente a un notevole e cospicuo uso domestico. Qual’è la cosa affascinante? Ha sempre avuto una natura sacra e profana. Ha da sempre accompagnato l’uomo nella sua vita quotidiana e mistica, lo avvicinava agli dei ma anche agli uomini, è questo che mi piace, riesce ad unire nella cordialità le persone.

Oggi la sua essenza affabile è esplosa grazie alla “rivoluzione” delle birre artigianali, che ha reso la birra una bevanda da assaporare in tutte le sue variabili e un piacere da godersi in tutte le situazioni, dalla pausa da un’accaldata giornata di sole, a una raffinata cena fino a un rilassante momento sul divano.
Sulla birra una lettura piacevole e spensierata è Racconti di Birra, dove viene raccontata questa amabile bevanda attraverso la sua lunga storia e i suoi molteplici stili. Mi sono divertita molto a leggerlo, così ho deciso d’intervistare lo scrittore Matteo Zamorani Alzetta.

Quando e come è iniziato il tuo rapporto con la birra?

Verso i 14 anni, cioè a fine anni ’80. Come la maggior parte dei ragazzi italiani ero stato abituato a conoscere il vino, in piccole quantità, sin da bambino, mentre prima dell’adolescenza non avevo avuto rapporti con la birra. Ho iniziato con birre banali e industriali, ma ben presto mi sono interessato a prodotti più particolari: all’epoca era ancora relativamente difficile trovare birra di qualità, ma qualcosa, specialmente dal Belgio, girava. Le trappiste sono state le prime birre serie alle quali mi sono appassionato, verso i 16 anni.

Attraverso la tue esperienza di bevute e di viaggi qual è l’aspetto che ti appassiona di più della birra?

Come si evince dal libro io ho un particolare interesse per la storia plurimillenaria della birra e per come questa si sia intrecciata con la storia tout court; è affascinante scoprire quanto in alcune zone del mondo sia profondamente radicata nella cultura del luogo. Dopodiché, per quanto riguarda la bevanda stessa, amo la sua immensa varietà, la capacità di ibridazione, e in particolare il modo in cui può proporre due sapori difficili come l’amaro e l’acido.

Nel tuo libro c’è un capitolo dedicato alla birra artigianale italiana, Negli anni la birra in Italia ha visto differenziarsi il metodo di bere e il pubblico. Tu come hai vissuto questo cambiamento?

Nei vent’anni dall’inizio del movimento artigianale in Italia la situazione è cambiata completamente, siamo diventati uno dei Paesi con la produzione più interessante al mondo, anche il pubblico sta cambiando, ma resta ancora parecchio confuso. Io ho iniziato a interessarmene piuttosto presto – sono stato tra i primi clienti del primo beer shop in Italia, A tutta birra di Milano – però per molto tempo sono rimasto uno spettatore marginale dall’esterno: non conoscevo i birrai, non visitavo i birrifici (anche perché non ho la macchina e non guido) e sebbene frequentassi qualcuno dei primi locali specializzati non ero assiduo; più che altro studiavo da solo sui libri disponibili all’epoca. La svolta è stata circa 8 anni fa, tra l’altro quando mi sono ritrovato single dopo molti anni; da allora ho cominciato a frequentare l’ambiente, le manifestazioni di settore, sono diventato amico di alcuni birrai, publican e beerteller. A parlare di birra in radio – medium che frequento da quando ero bambino – ho cominciato circa 4 anni fa.

Nel tuo libro sono ben descritti tutti gli stili, qual è il tuo preferito e perché?

Non ho UNO stile preferito, dipende dal periodo dell’anno, dal momento della giornata, se sto mangiando o solo bevendo, se sono solo o in compagnia… una Golden Ale secca e finemente luppolata è perfetta per un tardo pomeriggio d’estate, ma per una notte d’inverno un Barley Wine è sicuramente più indicato. Ho comunque una passione per le birre acide, il Lambic prima di tutto, ma anche le birre rosso-brune delle Fiandre. Devo poi ammettere che le “modaiole” IPA piacciono molto anche a me, quando sono fatte bene.

Come vedi il futuro della birra artigianale in Italia?

Questa è la domanda che si fanno tutti: ci sono moltissimi profeti di sventura che preconizzano la fine della bolla di crescita in cui siamo immersi e prevedono la chiusura di tutte le realtà produttive aperte in questi anni tranne una ventina dei migliori. Il fatto è che sono ormai molti anni che fanno queste fosche previsioni secondo le quali il cataclisma sarebbe già dovuto arrivare da tempo. Io credo che il cambiamento avvenuto sia epocale e non si tornerà indietro, anche se ovviamente ci sarà una fermata – magari anche brusca – alla crescita di nuovi birrifici: alcuni hanno aperto fiutando l’affare senza avere le dovute conoscenze tecniche e il polso del mercato. In ogni caso ormai trovare una birra artigianale non è più qualcosa di possibile solo in un paio di locali nelle metropoli o in una manciata di “templi” sepolti nella provincia profonda: si trova più facilmente in giro e il modo di bere di molti italiani è cambiato.

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